Sergio Escobar: Milano riscopra il suo ‘racconto’ di città che cresce

Sergio Escobar è il direttore del Teatro Piccolo di Milano. Il suo approccio al tema di una Milano che si accinge a diventare metropoli, è particolarmente intellettuale e forse “artistico”.



“Bisogna saper guardare anche nelle parti nascoste” esordisce Sergio Escobar, che poi continua: “So che a Milano i bambini ‘non si vedono’, ma a differenza di altre città del mondo che ho frequentato qui non si vedono solo i bambini: non si vedono gli anziani e non si vedono i portatori di handicap. Vengono nascosti, perché sono ritenuti parti deboli della città. A Milano non c’è solo un problema di barriere architettoniche, per fare un esempio, ma c’è un problema di mentalità e di cultura”.

“Il nostro ideale nel lavoro in teatro – prosegue Escobar – è a questo punto quello di passare dalla differenza della cultura a una cultura delle differenze. Cioè trarre dalle differenze, una cultura nuova per la città e trovare così una funzione nuova per la città”. “Questo perché – spiega il direttore del Teatro Piccolo – oltre a tutto quello già detto, le figure più nascoste, i bambini che stanno loro malgrado più nell’ombra, sono quelli che nascono da genitori non italiani, coloro i quali hanno riempito questa città, svuotata dalla ‘migrazione’ verso lidi più tranquilli extraurbani”.

“La politica – esorta Escobar – deve sforzarsi di strutturarla questa ‘cultura delle differenze’.  L’arrivo di immigrati rappresenta un fatto potenzialmente molto positivo, perché arrivano altre ‘storie’, arrivano altri ‘racconti’. Io che faccio teatro so che se non c’è racconto, non c’è teatro. E aggiungo: se non c’è un racconto, non c’è città!”

Escobar passa poi a ragionare sulla figura dei padri e delle madri: “Se il genitore – dice – è disposto a capire come sta cambiando la città, sarà meno angosciato dal non trovare più le cose che per anni sono state i suoi riferimenti. E siccome la città si sta ‘incattivendo – aggiunge – ciò significa che bisogna combattere contro una specie di solitudine che determina un isolamento dei rapporti affettivi e genera un astio generalizzato. Purtroppo questo lo leggiamo anche nelle pagine di cronaca dei quotidiani”.

“L’errore degli adulti – continua – è quello di usare le generazioni future come alibi per quello che non sanno fare adesso. Questo esclude vere e proprie fasce generazionali: gli anziani e i bambini. E così si spiega perché i più piccoli non giocano più in strada e i nonni diventano sostitutivi dei genitori. È terrificante – conclude Sergio Escobar – che oggi si parli della durata della vita come un problema. Ci siamo gloriati per anni dell’importanza dello sconfiggere la morte, espellendo l’idea di morte, ma ora l’anziano è un problema. Questo dà la misura della ‘città cattiva’ che dicevo prima, e dell’incapacità di costruire rapporti affettivi sani. È su questo punto che tutta Milano dovrebbe interrogarsi”.