L’architetto Ceppi: a questa città serve più spirito di condivisione

Giulio Ceppi, architetto, urbanista e designer s’è laureato al Politecnico di Milano, dove oggi insegna. Dirige poi uno studio di architettura che ha prodotto diversi lavori, premiati con riconoscimenti internazionali. Di recente è stato chiamato dall’amministrazione di Giuliano Pisapia, a disegnare la zona a traffico limitato della città, la cosiddetta “Area C”. Tra le sue “opere” ce ne sono molte che hanno riservato un occhio di riguardo al mondo dell’infanzia.


Architetto Ceppi, negli ultimi tempi com’è cambiata secondo lei la città?

Ma, per prima cosa vorrei rispondere dicendo che non è cambiata solo la città, sono cambiati gli interni! C’è un rapporto che non si può scollegare tra la metropoli e quello che succede dentro le case. Quando esisteva la Milano dei cortili, delle corti, c’era una città diversa fuori, perché si era diversi dentro! Un tempo esisteva maggiore intimità, anche tra vicini. Oggi non ci conosciamo neppure col nostro dirimpettaio e vige una diffusa diffidenza. Un tempo, invece, era tutto molto più promiscuo, morbido e fluido.
Mi faccia riflettere sul concetto di “finestra”: lo sappiamo tutti che questo è lo strumento attraverso il quale, dal nostro interno, guardiamo ciò che sta fuori. L’architettura oggi è cambiata anche perché sono cambiate le “finestre” con le quali “visioniamo” il mondo. Il cellulare, l’i-pad, la tv sono delle finestre tipiche della nostra modernità, che hanno sicuramente influenzato questo modo di essere “più chiusi” di fronte al prossimo ed all’estraneo, facilitando il nostro isolamento. Con queste premesse nascono le metropoli contemporanee, in cui incontrarsi e far relazione non è facile, soprattutto per un bambino, impegnato a scoprire il mondo.

Ecco appunto, cosa sta facendo questa città per i più piccoli?

Molto poco a dire il vero. Spesso i bambini sono “oggetto” e non “soggetto” delle scelte urbanistiche. Più vittime che non protagonisti, perché in qualche modo vengono usati – anche dai genitori, per esempio – per tamponare quelle insicurezze che il nostro mondo attuale genera e che sono tantissime. Detto questo dobbiamo comunque muoverci dentro questa realtà con più consapevolezza e intelligenza; e se è vero che i bambini non sono una priorità per questa metropoli è anche difficile dire chi lo sia realmente. Perché questa non è certo una città per anziani o per adolescenti…

Quale strada, quindi, bisognerebbe percorrere per migliorare le cose?

Bella domanda, ma alla quale non credo di avere una risposta. Posso portare però l’esempio dell’AreaC o delle “domeniche a piedi” che per noi automobilisti a tutti i costi sono sicuramente una piccola violenza, ma necessaria. Necessaria perché alla fine, volenti o nolenti, abbiamo scoperto delle occasioni e dei valori doversi, che l’assenza di traffico c’ha dato nell’inquadrare questa città.
Quello che come urbanista voglio dire è che oggi, nelle metropoli, non basta creare un parco o mettere una panchina per risolvere per esempio il problema di spazi a misura di bambino o adatti per far nascere una comunità. Bisogna creare le occasioni per cui la gente vada nel parco e nel parco succeda qualcosa. Circostanza che da un lato rende sicuramente tutto più complesso, ma dall’altro ci dice che è necessario mettere un’intelligenza relazionale nelle cose che fai. Ecco perché oggi il designer è uno che lavora sui servizi e sulla comunicazione, con l’obiettivo di creare un senso di comunità per quel parco nato dal nulla.
        
Concludo dicendo che rinunciare a certi agi o ad alcune pseudo-certezze e rimettersi in discussione, servirà per far ritrovare a questa città un po’ di umiltà e spirito di condivisione che probabilmente si aveva negli anni ’50 e che col tempo è svanito. Insomma bisogna recuperare quel senso di “res publica” andato perso.