Intervista a Ferruccio De Bortoli: Milano tra speranze e criticità

Ferruccio De Bortoli, classe 1953, milanese, parla della sua città con orgoglio. Non la considera una metropoli priva di speranze, anche se riconosce le sue numerose criticità.



La metropoli oggi può essere paragonata ad una moderna Babele o in essa possono ancora avere spazio relazioni sociali durature ed interazioni tra persone che contribuiscano alla creazione di un sincero tessuto sociale?

Milano è oggi il prodotto di tante sovrapposizioni. Positive e negative. È una metropoli con un grandissimo ruolo internazionale, ma è venuto un po’ meno il legame dei milanesi con la città. Per cui la nuova sfida è che questa metropoli ritrovi una propria missione, un proprio destino.
La chiave è aver consapevolezza delle eccellenze di oggi, vivendole però come le vivevamo noi, ovvero i giovani della mia generazione; quando un cortile era importante quanto una basilica, o un angolo era importante quanto un grande spazio. Insomma, bisogna tornare ad abitare questa città con passione; ecco: se c’è un difetto che Milano ha è che non ha più quella passione nel coltivare relazioni, anche le più piccole.

Questa metropoli è a misura di bambino?

Purtroppo no, anzi abbiamo dovuto registrare moltissimi episodi nei quali il fatto che esistessero dei bambini in questa città era vissuto come una sorta di fastidio, di impedimento. E questo dà la misura di come questa città invecchi; e invecchia nel modo peggiore, coltivando il proprio egoismo.
Milano dovrebbe invece presentarsi come ‘città aperta’; ai bambini certo – che rappresentano il nostro futuro – ma anche alle famiglie!
E poi c’è tutto un discorso che andrebbe fatto sui bambini immigrati, che popolano sempre più numerosi questa metropoli. Oggi loro sono dei protagonisti; come lo siamo stati noi quando eravamo noi figli di immigrati, che venivamo accolti da questa città per poi diventare più “milanesi” dei milanesi stessi, orgogliosi di essere abitanti di questa metropoli. Ecco: Milano dovrebbe riscoprire questo tipo di orgoglio.

C’è qualcosa di questa metropoli che negli anni s’è perso?

Una volta eravamo tutti adottati dal nostro quartiere. C’era un controllo sociale molto forte. Era come se la famiglia avesse un prolungamento nella relazione del quartiere. Ed era una società giovane, che aveva speranza nel futuro e i bambini e i ragazzi erano guardati con fiducia e grande soddisfazione.
E allora mai piacerebbe che Milano riscoprisse l’orgoglio delle proprio generazioni più giovani, che non guardasse egoisticamente solo allo sviluppo della propria città e che fosse felice di vederla disordinatamente giovane.

A proposito, come vede i giovani abitanti di questa metropoli. C’è qualcosa che andrebbe migliorato? 

È chiaro che oggi i giovani sono più abituati ad una realtà virtuale che a quella fattuale. Preferiscono far parte di un gruppo di un social network piuttosto che ritrovarsi in una compagnia di un circolo o 4 o 5 amici in un bar, in un giardino o in un cortile. Ma questo fa parte di un’evoluzione, di giovani che oggi per loro natura sono “cittadini del mondo”. Però è anche vero che questa aggregazione virtuale spesse volte produce fortissime solitudini; individualismi che a volte sono persino negativi; anche un senso di estraneità rispetto alla realtà in cui si vive.

Quali soluzioni?

La città secondo dovrebbe favorire la compensazione tra realtà virtuale e fattuale. Deve offrire al cittadino la possibilità di “scendere” per strada, perché la vita è anche fatta di incontri casuali. Pensateci: nelle comunità virtuali si va a ricercare sempre quello che si vuole incontrare; è difficile l’incidente di percorso che spesse volte, però, è così importante nella vita di ciascuno di noi. Ecco allora che quando si scende nella città, magari si ha l’impatto con una dimensione più provinciale, più piccola, però si impara ad avere un dialogo diretto con le persone. E questo è molto importante.

C’è qualcosa… qualcuno che può rappresentare un esempio edificante?

Credo molto nella funzione del volontaria per imparare a vivere e ad apprezzare questa città, soprattutto nei suoi angoli più difficili. È un modo di confrontarsi con la vita e di capire che la realtà del proprio quartiere è anche fatta di problemi sociali, è fatta anche di povertà; è fatta anche di criminalità perché bisogna avere piena conoscenza di un fenomeno per saper come agire, magari per migliorarlo.
Da questo punto di vista credo che la “strada” sia una palestra di vita fondamentale, purché naturalmente ci si arrivi preparati e non la si viva come un videogioco, ovvero non la si viva come una realtà che si possa modificare senza fatica. Perché la città pulsa di vari momenti: è fatta di sorrisi e di gente imbronciata; ma è fatta anche di tante persone che aiutano gli altri, perché non è proprio così vero che la città, la nostra, sia fatta solo di egoisti anziani, che pensano al loro futuro.
Certo, dobbiamo tornare a pensare che i luoghi comuni sono i luoghi di tutti e che principalmente sono i luoghi dei ragazzi.