Con Paolo Cosulich alla ricerca della città che si occupi dei nostri bambini

Paolo Cosulich, in quanto dirigente scolastico della scuola secondaria di primo grado Luigi Majno, nel 2011 fu insignito dell’Ambrogino d’oro dal comune di Milano. Il suo plesso era stato giudicato modello educativo e di efficienza scolastica. Oggi lo incontriamo alla Direzione didattica “Cesare Battisti”, presso la scuola di via Palmieri 24, in Zona 5. La visione del professor Cosulich di una “città a misura di bambino” è quella di un addetto ai lavori molto particolare.



Professore, che ruolo ha la scuola nella città metropolitana?

La scuola è il primo luogo di aggregazione, dove i bambini vivono più ore nella giornata. Ci sono attività che vanno oltre gli orari di lezione, proprio per facilitare momenti di socializzazione e di attività dedicate a quello che i bambini chiedono e chiedono le famiglie, per un percorso formativo più ambio rispetto a quello che è l’istruzione. In classe poi si mettono le basi dell’integrazione; un venire in contatto che comunque, almeno nelle nostre scuole, vuole salvaguardare le abitudini e le esigenze delle varie componenti etniche. Per cui abbiamo una scuola per insegnare l’arabo, una per il cinese, ovvero per insegnare la lingua madre dei bambini. Questo serve anche per l’integrazione degli adulti, che in una metropoli è la vera sfida da vincere.

Milano è una città a misura di bambino?

Credo che da questo punto di vista il lavoro da fare sia ancora molto lungo. Quel che in concreto manca, sono aree dedicate ai bambini, come spazi protetti con attività organizzare. Ecco perché abbiamo chiesto ai diretti interessati cosa pensano e cosa vorrebbero per la loro città. Abbiamo quindi organizzato dei consigli scolastici in cui gli alunni, da protagonisti, ci diranno come dovrà essere la città a loro misura e li stimoleremo affinché lo facciano con proposte concrete.

Lei nota che i bambini, con gli anni, hanno cambiato il loro modo di approcciarsi alla città?

Certo. I bambini di oggi hanno abitudini necessariamente diverse dai bambini di un tempo. Sono sempre chiusi all’interno delle famiglie o delle loro case; sono sempre accompagnati dai genitori e non hanno la possibilità di organizzarsi, di giocare assieme e di strutturare attività ideate da loro in ambienti più liberi, che non siano quelli della scuola. Ci sono degli spazi dedicati, che potrebbero essere resi più attivi, come le biblioteche. Questo però lo si potrebbe fare solo con opportuni contributi comunali e con la disponibilità di animatori preparati.

Ci sono luoghi che lei conosce e che potrebbero essere un modello per lo sviluppo della metropoli?

Non so se possono rappresentare un modello, ma sarà capitato a tutti di andare in vacanza in una piccola città o meglio ancora in un paese e notare come tutti sono “amici di tutti” e con che attenzione, in quei luoghi, ci si occupa dei bambini. Li si lascia liberi ma in un certo senso sempre tenendoli sotto controllo, affinché non gli succeda nulla di male. A Milano questo è impossibile. Quest’attenzione manca addirittura anche per le persone adulte. Nelle grandi città non esiste quindi un senso di “cittadinanza attiva” e vige la più totale disattenzione per le persone. Ecco, questo penso che rappresenti uno iato da colmare.

E per quanto riguarda i modelli comportamentali, i bambini cosa apprendono dalla città?

Bisognare condurre i nostri piccoli; condurli a comprendere quali sono i modelli che meritano di essere seguiti e quali invece quelli da abbandonare. Altrimenti prevalgono gli stereotipi più facili, come quelli televisivi o quelli di internet o di facebook. Qui conta solamente apparire e non si ha importanza che persona si è nel profondo. Giudico molto positivamente un’iniziativa della Società umanitari di Milano che si chiama “Progetto mentore” in cui un adulto, estraneo al nucleo famigliare, per un’ora alla settimana affianca un bambino e parla con lui, gioca con lui. Non si occupa di scuola; non si occupa di didattica, ma diventa un nuovo amico per il piccolo, una presenza importante nel caso in cui il bambino in casa viva delle carenze affettive. Secondo questa è una bellissima iniziativa che dà l’idea di come ci si possa occupare dei nostri bambini anche una grande e dispersiva città come Milano.